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Il documento dell’Ufficio Nazionale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport della Conferenza Episcopale Italiana sullo stato dell’accoglienza religiosa in Italia nella situazione attuale.

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È stato pubblicato oggi il documento dell’ufficio per la Pastorale del Tempo Libero, Turismo e Sport della Conferenza Episcopale Italiana, riguardante la drammatica situazione delle strutture di accoglienza religiosa nel nostro paese, in particolare in conseguenza dell’epidemia COVID-19.

Il titolo del documento è emblematico:Anche la resistenza è vocazione. Covid-19, crisi e prospettive dell’ospitalità religiosa.

Ho già fatto riferimento in alcuni articoli (qui e qui) alla situazione di indeterminatezza in cui versa l’accoglienza religiosa, spiegando in particolare come le cause della crisi di questo settore siano da ricercarsi in una contingenza esistente  ben prima della pandemia.

Dopo la prima analisi statistica condotta su un campione di strutture, il documento contiene una riflessione curata dal CITS, dal titolo “Resistenza tra memoria e segno” che riportiamo interamente alla fine di questo articolo.  Faccio solo un breve accenno ad essa per sottolineare che le case per ferie sono depositarie e custodi di un tesoro di storia e di un patrimonio di operosità che costituisce un fondamentale apporto al tessuto sociale italiano. Questo apporto è da sempre rivolto agli strati più poveri della società, in applicazione al principio di sussidiarietà sancito dalla Dottrina Sociale della Chiesa e richiamato all’art.118 della Costituzione della repubblica Italiana.

Una storia di bene che rischia di scomparire

Nel documento si fa accenno alla importantissima capacità di resilienza degli istituti nelle fasi più critiche della storia, in cui guerre, carestie, persecuzioni non sono bastate per prostrare la volontà e la possibilità di fare del bene. Basti pensare, per citare l’esempio più recente, a quanti rifugiati e perseguitati sono stati ospitati negli istituti religiosi di tutta Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Rischiando la propria stessa vita, in molti casi documentati, suore e frati hanno sottratto anche molti ebrei alle deportazioni, come testimoniato da diverse fonti (qui e qui). Non si può infine non fare menzione del tesoro di storia, cultura e arte che gli istituti che si occupano anche di accoglienza hanno preservato a beneficio di tutta la società.

il documento dell’UNTS, partendo da una fotografia della situazione attuale e dalle esortazione agli Istituti a non cedere alla tentazione di abbandonare il prezioso servizio dell’ospitalità, fornisce anche una speranza ed una iniziativa concreta di vicinanza della Chiesa Italiana all’istanza di aiuto del settore, pur auspicando anche l’aiuto da parte dello Stato.

#ospitiamoabracciaaperte – il progetto CEI per promuovere l’accoglienza religiosa

L’Ufficio infatti, nella terza parte del documento, presenta il progetto °ospitiamoabracciaaperte, una serie di Open Weekend che si terranno da Ottobre 2020 a Marzo 2021 in cui le case di accoglienza religiosa entreranno in contatto con visitatori di ogni genere, interessati a conoscere le strutture presenti nel proprio territorio, i beni culturali ed artistici che esse conservano, e quanti desiderano conoscere questo genere di realtà ricettiva per organizzare le proprie vacanze individualmente o in gruppi organizzati.

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di mostrare queste realtà a chi non le conosce, per superare tanti pregiudizi che aleggiano intorno ad esse, e promuovere la fruizione di un’esperienza di ospitalità conviviale e genuina, valori che si vanno perdendo ormai nella esasperata individualizzazione e spersonalizzazione della fruizione turistica. Sarà anche un’occasione per conoscere meglio le tante attività di assistenza che le strutture  di accoglienza religiosa contribuiscono a sostenere economicamente.

 a questo link la presentazione del documento,  scaricabile anche da qui.

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Di seguito il testo della sezione del documento a cura del CITS.

“La resistenza, tra memoria e segno”

Oggi più che mai è necessario fare uno sforzo per non disperdere l’eredità di chi ci ha preceduto e ha voluto le attività di ospitalità. Dove trovare le motivazioni per vivere l’attesa del momento più propizio per tornare ad offrire a tutti l’esperienza dell’accoglienza religiosa? Viviamo una situazione inaspettata. Il COVID-19 ha paralizzato la maggior parte delle attività, tra cui anche quelle spirituali e ricreative, a tutela della sicurezza sanitaria. In questo scenario, come si colloca il presente ed il futuro delle case per ferie e dell’accoglienza religiosa? Quali prospettive hanno gli enti, istituti e imprese sociali che direttamente o indirettamente si occupano dell’accoglienza religiosa?

Nell’immediato, una parola potrebbe sintetizzare la missione a cui sono chiamate queste oggi realtà: resistenza. Tante volte nella storia le realtà ecclesiali hanno dovuto resistere per difendere le loro opere in contingenze molto avverse: guerre, carestie, pestilenze, persecuzioni, espropri. A costo di grandi sacrifici, esse hanno preservato quei beni che consideravano strumenti essenziali per la continuazione della loro missione spirituale e materiale, dimostrando un’immensa capacità di resilienza nel mantenere, a prezzo di rinunce, la memoria dei fondatori e la possibilità di continuarne l’opera attraverso i beni che la Provvidenza ha generosamente fornito loro.

D’altronde, come sarebbe stato possibile assistere le popolazioni in difficoltà durante le guerre e la fame, nascondere innocenti perseguitati, senza questo immenso ed appassionato spirito di sacrificio, e senza la disponibilità di quei beni, di quegli edifici? Le realtà ecclesiali hanno sempre fatto memoria delle prassi virtuose di tanti uomini e donne, spesso all’origine di istituti e congregazioni, per ritrovare il coraggio della loro fede e metterlo in pratica. Oggi ci troviamo in una situazione diversa nella forma, ma non nella sostanza. I numeri sono impietosi, lo vediamo; le prospettive, ignote. Servirà un grande sforzo – ed auspicabilmente anche un aiuto dalle istituzioni – per non cedere alla tentazione di chiudere attività di accoglienza che a cascata andrebbero a danneggiare uno dei pilastri della sussidiarietà su cui si regge il paese. Posti di lavoro, opere sociali ed assistenziali a favore degli svantaggiati: tutto questo rischia di venire meno senza un sacrificio da parte di tutti.

Resistere nella difficoltà, facendo memoria del passato, sarà il modo per le strutture di ospitalità religiosa di essere un segno della speranza di poter riprendere e riempire di senso il tempo libero dell’uomo. Attingere al bagaglio di esperienza dei predecessori, imitandone le virtù, per mantenere viva la possibilità di accogliere domani chi non può essere ospitato oggi, è un servizio reso alla società che sicuramente non andrà perduto e genererà altro bene. Occorre mantenere ferma la consapevolezza che, come il seme attende nel ventre della terra il momento giusto per germogliare e dare frutto, anche l’ospitalità religiosa rinascerà dopo questa crisi e porterà frutti di bene materiale e spirituale per la Chiesa e per la società. Gli uomini ricominceranno a viaggiare, a recarsi in pellegrinaggio, ad avere bisogno di un’ospitalità non fine a se stessa ma aperta alla convivialità ed alla solidarietà, sostenuta con i proventi di queste opere.

L’esperienza di accoglienza familiare, che solo nelle case per ferie si può trovare, è proprio ciò di cui necessita l’uomo di oggi, convalescente da una forzata quarantena spirituale, costretto nella solitudine a cercare dentro di sé i valori più autentici della vita.

Oggi, occorre resistere consapevoli di avere una missione da compiere: mostrare uno dei tanti volti belli della Chiesa, l’ospitalità. Proprio dalla permanenza forzata nelle proprie abitazioni, il desiderio ed il bisogno di vedere questo volto bello possono riemergere in ogni persona, riscoprendo la verità e la genuinità della dimensione familiare e ospitale dell’esistenza.