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Le case per ferie rischiano di sparire? PRIMA PARTE

Le case per ferie rischiano di sparire 1 - Luca Baiosto

C’era una volta…

Mettiamo il caso che da qualche parte nel mondo esista uno Stato di un milione di abitanti. In questo stato c’è una città, nella quale abitano circa 11.000 abitanti, i quali si dedicano ad un lavoro lecito ed onesto. Lo Stato però ha deciso che la città e i suoi abitanti devono scomparire, pur non dichiarandolo. Campagne mediatiche ricorrenti, che prendono ad esempio singoli ed isolati casi negativi per presentarli come la realtà generale, hanno come effetto l’indignazione dell’opinione pubblica, che indica questi cittadini come destinatari di privilegi immeritati ed ingiusti.

La gran parte dei compatrioti li apostrofa come parassiti e disonesti. Lo Stato emana leggi che limitano drasticamente l’attività di questi cittadini, ed impone loro proibizioni anche alla libertà di far sapere che essi esistono. Questo stesso Stato esige da loro il pagamento delle imposte, ed allo stesso tempo impedisce loro di guadagnare i soldi con cui pagarle, applicando leggi ingiuste. In altre parole, si comporta come il faraone dell’Antico Testamento, che imponeva agli Israeliti in Egitto di fabbricare i mattoni senza paglia (Es 5, 18).

Inoltre, la civiltà e le tradizioni che proprio gli abitanti di quella città rappresentano, il patrimonio culturale che i loro predecessori hanno salvaguardato, mantenuto ed accresciuto, contribuiscono per una gran parte alla prosperità di tutto il Paese. Per di più, il lavoro che essi svolgono si colloca proprio nel settore industriale dal cui sviluppo l’intero paese potrebbe trarre enormi benefici.

Come ci sentiremmo se dovessimo condividere le prospettive degli abitanti di quella città? Numericamente esigui, indeboliti e vessati, disprezzati da tutti, non avremmo paura di estinguerci? Non sono forse quello che noi oggi, nel gergo del politically correct, saremmo indotti a chiamare “minoranza perseguitata”? Non dovrebbe questa, come tutte le minoranze, essere tutelata e difesa?

La realtà delle case per ferie

Questa metafora riproduce esattamente la situazione delle case per ferie e delle altre strutture di accoglienza religiosa nel panorama della ricettività turistica nazionale, per lo più ricadenti nella categoria amministrativa delle “case per ferie”. Circa 1.700 strutture ricettive a fronte di circa 160.000 strutture totali. L’uno per cento. Una minoranza che non ha diritto a pubblicizzare la propria attività, e nemmeno ad accedere alla distribuzione sui principali portali online, come prevedono le leggi regionali. Chi lavora nel turismo sa che una simile limitazione può rendere semplicemente impossibile la gestione di un’attività ricettiva.

Su alcune piattaforme online si possono vendere posti letto anche in un capanno degli attrezzi in mezzo alla campagna con l’olmo di fronte fatto passare per “bagno esterno privato”. Ma ad una casa per ferie, che offre tutt’altro genere di servizi e – soprattutto – di sicurezza rispetto ad alcune (certamente non tutte) nuove forme di ospitalità turistica, i “normali canali commerciali”, come li chiama il legislatore, sono preclusi. Così chi impegna capitali ed immobili, fornisce lavoro a dipendenti, acquista derrate e prodotti da fornitori che a loro volta impiegano personale, e per di più fa la scelta di reinvestire i propri utili in attività che vanno a vantaggio della collettività, si vede negata la parità di diritti e di accesso al mercato rispetto ad altri operatori del settore ricettivo.  

Più obblighi, minori vantaggi

Le case per ferie sono assimilabili alle comuni strutture alberghiere in termini di dotazioni, servizi erogati, norme di sicurezza, prevenzione incendi, e tanto altro. Questo dato è facilmente verificabile negli allegati tecnici ai regolamenti regionali delle strutture ricettive extralberghiere. Altre tipologie ricettive operano in situazioni più semplificate, e questo permette in alcuni casi di aggirare de facto limiti e obblighi. In quanti casi tre appartamenti sullo stesso piano di un palazzo diventano “ostello” da 50 posti letto con tanto di “home restaurant” e terrazza panoramica?

Per una casa per ferie, così come per un albergo, dal venticinquesimo posto letto a salire, scattano obblighi di sicurezza tali da richiedere decine di migliaia di euro per l’adeguamento. È giusto e sacrosanto garantire la sicurezza degli ospiti, ma a pari requisiti di sicurezza deve corrispondere pari opportunità di promozione della struttura ricettiva e dei suoi servizi. Esistono casi di regioni che in sede di regolamento hanno addirittura specificato che le strutture extralberghiere“possono avvalersi di strumenti di promo-commercializzazione tramite piattaforme elettroniche anche gestite da terzi”; questa specifica vale però per tutte le categorie tranne le case per ferie.

Non solo accoglienza religiosa

La questione assume tutt’altra rilevanza se consideriamo che le case per ferie non sono esclusivo appannaggio del mondo religioso, ma di tutto il mondo del no profit. Infatti, si tratta dell’unica tipologia ricettiva che ha l’obbligo di essere gestita da un ente non lucrativo. Pertanto, in questa categoria rientrano le Associazioni Sportive Dilettantistiche (ASD), le Associazioni di Promozione Sociale (APS), le cooperative sociali, ed in generale tutte le realtà del Terzo Settore. Non è ancora chiaro se la recente riforma abbia adottato forme di tutela e di garanzia per queste realtà. Forse il motivo sta proprio nella poca rilevanza numerica: lo ripetiamo, l’uno per cento della ricettività italiana.

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